Chi lo fa il personal branding?

No, questa non mira nemmeno lontanamente ad essere il post risolutivo che ti svela i segreti del personal branding, è piuttosto una riflessione su quello che significa fare personal branding.

In parte mi ricollego all’argomento della newsletter di settembre, dove lancio una provocazione e dico che i social non servono a vendere (se l’hai persa e vuoi leggerla puoi farlo qui). Ma tu vuoi vendere, giusto?  Allora ti racconto una storia.

Qualche tempo fa ho tenuto una serie di lezioni di web marketing a commercianti marchigiani e in quell’occasione abbiamo parlato di personal branding. Durante un'esercitazione una negoziante ha sollevato una questione che la preoccupava: "Da qualche mese hanno aperto un negozio vicino al mio, dove vendono prodotti simili ai miei a un prezzo più basso e i clienti vanno da loro e non da me anche se la mia merce è di qualità migliore!” 

Il problema sollevato a lezione riguarda tutte quelle piccole attività che si preoccupano troppo della concorrenza. Per carità, sacrosanto tenere d’occhio il contesto, ma ha senso farsene un cruccio se la sfida al ribasso non è una possibilità? Tu vuoi vendere non svenderti, giusto? :)

Il rischio quando ci si focalizza troppo su un problema è quello di perdere la visione di insieme. Quando restringiamo troppo il campo lasciamo fuori dal ragionamento tantissime informazioni che possono aiutarci a capire dove e come intervenire.

Allora scomodiamo il personal branding, perché se parliamo di marketing on line non possiamo prescindere dal concetto di posizionamento, cioè dal modo in cui vogliamo che gli altri ci percepiscano.

Cos'è il personal branding

Wikipedia da questa definizione: Il personal branding è un processo attraverso cui una persona definisce i punti di forza (conoscenze, competenze, stile, carattere, abilità, ecc.) che la contraddistinguono in modo univoco, creando un proprio marchio personale, che comunica poi nel modo che reputa più efficace. 

Qui il punto di vista è quello del brand, ma non significa che per fare personal branding ci si debba concentrare solo su di sé e che lo scopo ultimo sia far sapere a tutti quanto è bello il tuo lavoro, quanto sei bravo e quante cose sai fare. 

La mia definizione di personal branding

Per me il personal branding è ciò che le persone vedono, sentono, dicono e pensano di un brand, è l'idea che si fanno di te ed legata a quello che tu fai per loro e al tuo modo di fare. Personal branding significa anche rispondere alle domande: perché dovrebbero comprare da me? Cosa mi rende speciale? E  di solito qui casca l’asino, perché la domanda è solo apparentemente semplice.

In effetti non si tratta solo di sapersi valorizzare, ma soprattutto di saper creare e valorizzare la relazione tra il noi e il pubblico. Per fare un buon personal branding dobbiamo partire dal cuore del nostro brand.
La questione è delicata e richiede di andare in profondità, di scavare nelle motivazioni, di rivoltarci come un calzino e soprattutto di confrontarci proprio con chi può darci delle informazioni utilissime.

Abbiamo bisogno di metterci in relazione, per capire come il nostro brand è percepito dal pubblico e se rispecchia la visione che abbiamo del nostro business. I social media servono anche a questo, offrono un canale dove poter spaziare, ascoltare e parlare con le persone.

Sono le persone che ci seguono, ci leggono, ci guardano e ci ascoltano a fare il nostro personal branding. Ma se non siamo disposti a mettere da parte il nostro ego e ad ascoltare per primi, il personal branding diventa un parlarsi addosso. Rischiamo di ottenere l'effetto contrario e di allontanare le persone invece di coinvolgerle. Pensaci, tu usciresti con qualcuno che parla sempre e solo di sé? 

Prima di parlare, ascolta

Sembra facile vero? Eppure moltissimi professionisti postano continuamente sulle proprie bacheche contenuti autoreferenziali e promozionali come se il feed fosse un mega volantino su cui pubblicare continuamente offerte senza aggiungere altro. Oppure continuano a taggare persone a random in contenuti smaccatamente promozionali e che non hanno la minima attinenza con gli interessi del pubblico. 

Non fraintendermi, un po’ di sana promozione ci sta, quello che non funziona è pensare che parlare solo di quello che ci piace, che facciamo, che amiamo sia fare personal branding e che basti questo perché le persone ci apprezzino.

La verità è che le persone pensano a noi molto meno di quello che crediamo e se lo fanno, se decidono di dedicarci un po’ del loro tempo è perché in qualche modo, quello che abbiamo da dire gli interessa. Ci seguono perché magari abbiamo strappato loro un sorriso, o abbiamo risposto a un dubbio o abbiamo reso migliore la loro giornata. Non servono grandi gesti, ma gesti appropriati. 

Non dobbiamo avere paura di quello che possono pensare le persone di noi e del nostro business, anzi. Abbiamo bisogno dei loro suggerimenti, delle loro opinioni, delle loro percezioni. Solo così ha senso parlare di personal branding, come di uno scambio continuo di punti di vista, per conoscersi meglio, migliorare e crescere.

E il processo presuppone due cose: ascoltare e esporsi.

 

Mi chiamo Valentina Pucci e sono una libera professionista fanese. Mi occupo di social media marketing e curo progetti di comunicazione per piccoli imprenditori e liberi professionisti.

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